TURCHIA: Dopo Gezi, una società sempre più divisa. E l'Europa?

Dopo Gezi, la società turca è più polarizzata (per una precisa scelta elettoralistica del governo) mentre l’Europa è ancora incerta tra impegno e disimpegno nelle sue relazioni col vicino anatolico. Sono le conclusioni del dibattito organizzato da Carnegie Europe con Marc Pierini, già ambasciatore UE in Turchia (2006-2011) e autore del rapporto Individual freedoms in Turkey sulle libertà culturali e la tolleranza dei diversi stili di vita nel paese; Sinan Ülgen, analista e membro dei think tank EDAM e Carnegie; e Marietje Schaake, eurodeputata liberale olandese.

La reazione del governo AKP a Gezi, e la polarizzazione della società turca

Le posizioni del governo turco sul movimento di Gezi Park sono state chiare e critiche sin dall’inizio, secondo Sinan Ülgen. Tuttavia, qualcuno come il Presidente turco Abdullah Gül si è recentemente spinto sino a dichiararsi “orgoglioso” delle fasi iniziali del movimento. Da una parte, Gül sta adottando posizioni sempre più conciliatorie, proponendosi come l’anti-Erdoğan della politica turca. Dall’altra, la comprensione (e descrizione) del movimento di protesta si limita a quella di un gruppo di tree-hugger, ambientalisti radicali, anziché accettarne le complessità.

Perchè qualcuno tanto abile nella tattica, come Erdoğan, avrebbe deciso di adottare posizioni tanto diverse da quelle di Gül? Sempre secondo Ülgen, Erdoğan avrebbe utilizzato il movimento di Gezi non per aprire un dialogo con l’altra parte ma esattamente per costruire il diverso attraverso un linguaggio incendiario, in una mossa divisiva e polarizzatrice per la società, ma di successo elettorale per il partito di governo. L’AKP, infatto, è riuscito a cementare la propria base elettorale, recuperando per intero il gap di popolarità (-4,5%) che l’avvio delle proteste di piazza gli avevano causato nel paese. Le preferenze elettorali si sono polarizzate tra AKP e CHP, in base al giudizio sul movimento di Gezi, facendo scomparire quell’area di mezzo che era invece precedentemente presente tra i due maggiori partiti turchi.

Tale strategia di polarizzazione può pagare elettoralmente nel breve periodo, ma rischia di essere una palla al piede per la Turchia nel lungo termine. Anche se riuscirà a restare saldamente ancorato al potere, sottolinea Ülgen, Erdoğan si troverà davanti un paese molto più difficile da governare. “Erdoğan sta minando le basi della fiducia e del capitale sociale, nell’accezione di Fukuyama, presente nella società turca, già molto basso (ai livelli di Ruanda, Brasile, Indonesia e Cambogia). Ma il capitale sociale è ciò che garantisce una società civile densa e attiva, necessaria alla sviluppo di una democrazia avanzata. La polarizzazione sta oggi sfilacciando le maglie della società turca”.

A tale erosione del capitale sociale si riallaccerebbe anche la graduale crescita della violenza interpersonale in Turchia, simbolizzata recentemente dall’invasione di campo dei tifosi di Besiktas e Galatasaray, che ha costretto a sospendere il derby  a pochi minuti dalla fine (sono ormai passati i tempi dell’Istanbul United…). Secondo l’opinione di Bekir Arde, tale violenza è la reazione al fatto che il corpo politico della Turchia non è in grado di rispondere alla crescente molteplicità delle identità e delle aspirazioni individuali. Tale divergenza alimenta lo scontro tra diverse prospettive moniste dell’autorità.

La sfida, per la Turchia, secondo Sinan Ülgen, è quella di “costruire una democrazia inclusiva e tollerante della diversità, che vada oltre il semplice censimento elettorale”. Il rischio, nella definizione di Marc Pierini, è quello di uno sviluppo bloccato (arrested development): “Si può voler modernizzare la società, e tuttavia continuare a trattare le persone come bambini?”

“Il mondo ha ancora bisogno di un modello turco di conciliazione tra democrazia e Islam, ma la Turchia stessa se ne sta allontanando”, sottolinea Sinan Ülgen. Un’opinione condivisa anche, in un evento separato, dall’ex capo negoziatore palestinese Nabil Shaath: “se i partiti islamici [nel  mondo arabo] avessero accettato il modello turco (stato laico, partiti confessionali) essi avrebbero potuto condurre i propri paesi alla democrazia. Ma hanno fallito”. “La Turchia è stata un modello per i giovani arabi nel 2011”, secondo Marietje Schaake, “ma se la Turchia stessa verrà meno al proprio modello, i suoi cittadini potrebbero voler guardare alla piazza araba come esempio”.

Gezi come Tymoshenko, una pietra d’inciampo per le relazioni UE-Turchia?

Dal termine delle proteste di piazza, sono due le linee di pensiero che si scontrano a riguardo delle relazioni UE-Turchia. Secondo la prima, l’Unione dovrebbe riconoscere la violazione di alcuni principi fondamentali della democrazia liberale e cogliere l’occasione per sganciarsi dalla Turchia. Per la seconda, invece, proprio ora l’Unione dovrebbe investire sulla Turchia e su Erdoğan, aumentandone il coinvolgimento per rallentarne la deriva autoritaria.

“L’abbiamo sempre saputo”, sottolinea l’eurodeputata liberale olandese Marietje Schaake. “Le relazioni tra UE e Turchia sono rimaste a livello intergovernativo, basandosi solo sulla prosperità economica, con una certa compiacenza. I problemi interni della Turchia sono stati rimossi dalla discussione, finché lo scoppio delle proteste non ha portato anche ad un’esplosione di consapevolezza.” Oggi, sottolinea Schaake, da una parte il governo turco mette in atto un’operazione retorico-propagandistica volta a scaricare sugli attori internazionali (media, mercati, UE) la responsabilità della rivolta – un’operazione che non resterà senza conseguenze nelle relazioni tra Ankara e Bruxelles. Dall’altra parte, il popolo turco sceso in strada si è fatto portatore di valori democratici, liberali e laici in cui l’Europa non può non rispecchiarsi.

“L’adesione turca vale la pena, ma non sta certo diventando una questione più semplice”, secondo Schaake. Le reazioni del governo turco fanno il gioco di coloro che, all’interno dell’UE, “aspettano solo un’opportunità per liberarsi una volte per tutte della Turchia. Oggi è più facile fare pendere la bilancia delle relazioni UE-Turchia oltre il punto di non ritorno da una qualsiasi delle due parti”.

“L’Europa dovrebbe coinvolgere la Turchia su un livello più profondo“, continua Schaake: da una parte puntando sui rapporti inter-personali, favorendo lo scambio e la mobilità delle persone; dall’altro, continuando a coinvolgere il governo turco nei negoziati d’adesione, ad esempio aprendo i fondamentali capitoli 23 e 24 sullo stato di diritto e le libertà fondamentali. Ma la strategia non è scevra da rischi: “se anche questo fallisse, che altra opzione ci rimarrebbe?” L’avanzamento nei diversi passi della politica d’allargamento, finora, è sempre stato inquadrato come una ricompensa per il governo in carica. “E’ necessario uscire da tale prospettiva, o si corre il rischio di una politicizzazione della scelta europea“, conclude l’eurodeputata.

Il caso Demirkan: un’opportunità sprecata di rilanciare le relazioni sociali tra turchi e cittadini UE

E proprio sulla mobilità dei cittadini turchi in Europa e le relazioni a livello di società, un’opportunità sprecata di questi giorni è quella del caso di Leyla Ecem Demirkan, giudicato il 24 settembre dalla Corte di Giustizia dell’UE (ECJ). La Corte ha confermato che i cittadini turchi non hanno diritto all’esenzione dal regime dei visti per entrare nello spazio Schengen come eventuali beneficiari di servizi, ad esempio come turisti.

Il sistema attuale dei visti è controproducente: “l’Europa perde tantissimo, a livello di impresa, ricerca accademica, turismo”, secondo Marc Pierini, ma la questione non è destinata ad evolvere rapidamente. “Gli stati membri hanno timori di ricongiungimenti familiari e immigrazione massiccia – pur totalmente infondati! piuttosto dai dati si nota una certa inversione dei flussi”. Inoltre le politiche dei visti sono sotto la competenza dei ministeri degli interni, che hanno tipicamente un approccio più securitario e meno aperto ai risultati delle ricerche accademiche sul tema.

La “bomba politica” del caso Demirkan tuttavia è un’altra, secondo Sinan Ülgen. La Corte UE giustifica il rigetto del ricorso sostenendo che l’accordo di associazione del 1963 con la Turchia non ha la stessa finalità politica dei Trattati UE, e pertanto termini identici possono essere interpretati diversamente. “Ma l’accordo di associazione prevedeva già una futura adesione turca alle Comunità europee. Tutti noi [accademici turchi] abbiamo sempre considerato che dovesse essere interpretato in linea con la giurisprudenza ECJ sui trattati UE.” La diversa linea della Corte UE rischia dunque di “mettere in pericolo lo spirito stesso delle relazioni tra UE e Turchia“.

Foto: Moyan Brenn, Flickr

Chi è Davide Denti

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Dottorando in Studi Internazionali presso l’Università di Trento, si occupa di integrazione europea e Balcani occidentali, specialmente Bosnia-Erzegovina. Collabora con varie altre testate, tra cui Osservatorio Balcani e Caucaso e Aspenia online.

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