KOSOVO: Festeggiare l'anniversario dell'indipendenza, o del fallimento?

Lunedì 18 febbraio il Kosovo ha festeggiato il quinto anno di indipendenza. Le parate militari celano però una triste realtà: il Kosovo resta un buco nero. Un Paese ancora governato da una élite criminale, la cui popolazione soffre una povertà endemica, e la cui stabilità è garantita solo dalla massiccia presenza militare americana che ha fatto della piccola repubblica balcanica un suo protettorato de facto.

I numeri di un fallimento

L’economia kosovara è inconsistente, la disoccupazione ha raggiunto il 40% della forza lavoro, la povertà è diffusa al punto che secondo dati della Banca mondiale un terzo dei due milioni scarsi di kosovari vive ufficialmente con meno di un dollaro al giorno. La corruzione è forse più diffusa della povertà: Transparency International pone il Kosovo al 112° posto su 183 analizzati. Le uniche attività economiche di rilievo sono nelle mani di compagnie straniere, soprattutto americane.

C’è poi il problema del crimine organizzato, una “impresa” locale che non conosce crisi. Che il Kosovo sia il crocevia del narcotraffico internazionale, snodo della famigerata ‘via dei Balcani’ che dall’Afghanistan porta l’eroina in Europa, non è un segreto per nessuno. Oltre alla Dea americana, accorsa in aiuto delle forze di polizia serbe, anche la Russia ha messo in campo i suoi reparti antidroga concentrando i propri sforzi sul Kosovo. L’80% dell’oppio afghano viene infatti assorbito da Europa, Russia e Iran. Per la Russia è un’ecatombe, il ministro degli Esteri, Serghei Lavrov, ha spesso parlato di “narco aggressione”. Le autorità kosovare, dal canto loro, non sembrano in grado di contrastare il fenomeno. Non possono, o non vogliono?

Pupazzi criminali

Questa classe dirigente ha enormi responsabilità nel fallimento del Kosovo: personaggi corrotti, dal torbido passato con trascorsi criminali e pesanti accuse che vanno dal traffico di droga a quello di organi. Uomini il cui solo scopo è stato l’arricchimento e poco importa con che mezzi. Se stanno indisturbati al potere è perché c’è chi ha interesse a che ci restino in cambio di liberalizzazioni, privatizzazioni e concessioni economiche. Questi sono pupazzi, pupazzi criminali i cui “padrini” politici si trovano oltreoceano.

Eppure il governo degli Stati Uniti non è sempre stato favorevole alla causa kosovara. Fin dall’inizio della sua attività l’Uçk (l’esercito di liberazione kosovaro) è stata considerata un’organizzazione terroristica non solo dai serbi ma anche dagli Stati Uniti, almeno fino al 1998. Nel 1999 la presidenza Clinton cambia parere e il 31 marzo di quell’anno i repubblicani al Senato presentano un’interrogazione dal titolo eloquente: “Da terroristi a partner?” in cui viene mostrato come l’Uçk abbia finanziato la sua battaglia attraverso il traffico di droga e ci si chiede il perché di questo repentino cambio di rotta. Col tempo si comprenderanno i motivi strategici ed economici di quella conversione.

Gli affari americani

Oggi le uniche attività economiche di rilievo sono nelle mani di compagnie americane. La Ptk (Pošta i Telekomunikacije Kosova), principale compagnia kosovara di telecomunicazioni, finora a maggioranza pubblica, è stata recentemente acquisita dalla Albright Capital Management, società dell’ex Segretario di Stato americano, Madeleine Albright, responsabile della diplomazia durante l’amministrazione Clinton, che ha giocato un ruolo chiave nel processo di indipendenza del Kosovo. Wesley Clark, già comandante delle forze Nato in Europa, alla testa della società canadese Envidity, ha chiesto e ottenuto dalle autorità kosovare una licenza per sfruttare le risorse di carbone e lignite del Paese per ottenerne carburante. Clark fu l’uomo che diede l’ordine di bombardare Belgrado, il 24 marzo 1999, al fine di abbattere il regime di Milošević all’epoca impegnato nella guerra in Kosovo. La Bechtel Group sta intanto costruendo l’autostrada che collegherà Pristina a Skopje. Il gruppo Bechtel è il quinto gruppo americano per importanza nel settore delle costruzioni e dell’ingegneria. E’ quello – per intenderci – che ha costruito il tunnel sotto la Manica. Bechtel sta lavorando al progetto insieme alla Enco, società turca alla cui poltrona di amministratore delegato siede Jock Covey, già esponente dell’Unmik.

E poi c’è l’energia. Come ebbe a dichiarare* l’allora segretario all’Energia dell’amministrazione Clinton, Bill Richardson, appena pochi mesi prima dei bombardamenti sulla Jugoslavia del 1999: “Vorremmo vedere i Balcani fare affidamento sugli interessi commerciali e politici occidentali, piuttosto che prendere un’altra strada. Nella regione del Mar Caspio abbiamo fatto un investimento politico consistente, ed è molto importante per noi che la mappa degli oleodotti e la politica abbiano esito positivo”. L’esito degli oleodotti sta appunto nei Balcani dove è in progetto la costruzione dell’Ambo, oleodotto albanese-macedone, da parte della Hulliburton Energy, società dell’ex vice presidente Dick Cheney. A tutela di questi interessi è stato costruito Camp Bondsteel, la più grande base militare americana in Europa: un cane da guardia piazzato nel cuore dei Balcani a garantire stabilità e affari.

Impunità e normalizzazione politica

Ma questi pupazzi criminali restano tranquilli sulle loro poltrone. Le accuse contro di loro cadono in nome di un processo di “normalizzazione” che fa rima con impunità. L’assoluzione di Ramush Haradinaj, ex premier ed ex membro dell’Uçk, da parte del Tribunale internazionale dell’Aia per crimini commessi durante la guerra di indipendenza del Kosovo (1998-1999), lascia l’amaro in bocca. L’assoluzione “per insufficienza di prove” si deve, in larga misura, all’assenza di testimoni per l’accusa. Nel corso degli anni diversi testimoni a carico di Haradinaj sono stati minacciati, misteriosamente rimasti coinvolti in incidenti d’auto mortali o più semplicemente uccisi a colpi d’arma da fuoco. Per queste ragioni, dopo una prima assoluzione nel 2010, il Tribunale ha acconsentito a che si ripetesse parte del processo. L’esito però è stato identico, un’assoluzione che non sembra far rima con l’innocenza.

Altro sospettato di crimini è Hashim Thaçi, accusato di traffico d’organi. Un’accusa terribile nei confronti di colui che oggi è primo ministro del Kosovo: “Solo nei sei mesi successivi alla fine della guerra, almeno 450 persone sono state eliminate. Questo deve essere oggetto di un’inchiesta” ha dichiarato in un’intervista Nazim Bllaca. “Sono io stesso autore di uno di questi omicidi”. Bllaca è l’ennesima spina nel fianco del premier kosovaro Hashim Thaçi, già sotto inchiesta a causa del rapporto Marty, approvato dal Consiglio d’Europa, che lo accusa di essere coinvolto in un traffico d’organi espantiati da prigionieri serbi. E Nazim Bllaca non è un testimone qualunque, l’uomo nel 2009 ammise pubblicamente di essere stato membro di una unità speciale incaricata di commettere omicidi politici per conto del Partito democratico del Kosovo (Pdk), l’attuale forza di governo, subito dopo la fine del conflitto contro la Serbia, nel giugno 1999. Oggi Bllaca vive sotto protezione, venti chilometri a sud di Pristina, con le truppe Eulex che gli stazionano davanti casa. Non solo, Thaçi è ritenuto responsabile delle attività estorsive compiute dal Pdk a danni di uomini d’affari al fine di “finanziare” il partito.

Una luce in fondo al tunnel?

Le recenti strette di mano tra Belgrado e Pristina sono dovute alla necessità serba di iniziare il percorso di adesione all’Unione Europea finora precluso proprio a causa del Kosovo. La luce in fondo al tunnel è rappresentata dalla risoluzione sul Kosovo approvata al parlamento di Belgrado lo scorso 13 gennaio. Il titolo è eloquente: “l’Assemblea Nazionale della Repubblica di Serbia sui principi fondamentali per i colloqui con le istituzioni temporanee di autogoverno in Kosovo e Metohija.” Belgrado riconosce una legittimità all’interlocutore solo dopo 14 anni dal ritiro delle truppe. Colpa delle resistenze serbe, certo, ma anche dell’immaturità politica kosovara. Pristina potrà festeggiare altri cento di questi anniversari dell’indipendenza senza che “indipendenza” significhi qualcosa di diverso da “servitù”. Sì, è vero, i Thaçi e gli Haradinaj hanno portato il Kosovo all’indipendenza, hanno “vendicato” una popolazione tremendamente perseguitata, ma a quale prezzo? E in che modo? Oggi che l’indipendenza kosovara è un dato di fatto, oggi che il Paese vive miseria e corruttele, oggi che la lotta di liberazione è finita, questa classe dirigente è ancora necessaria? E soprattutto, sta realmente facendo il bene del suo Paese?

* Le dichiarazioni sono state poi riprese dal quotidiano britannico The Guardian nell’articolo A Discreet Deal in the Pipeline, 15 febbraio 2001

Foto di StephenLukeEdD / Flickr

Chi è Matteo Zola

Matteo Zola
Giornalista professionista, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso, EastWest, il Giornale e il Dolomiti. E' stato redattore a Narcomafie, mensile su mafia e crimine organizzato internazionale. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015. Ha un master in Giornalismo, e una laurea magistrale in Lettere.

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2 commenti

  1. finalmente qualcuno che riprende gli argomenti che altri, conoscono da sempre, forse il mondo si sta svegliando, sarebbe ora!!!

  2. ma xke pali senza sapere niente, io una cosa so, se nn cera ramush haradinaj (che per te e un criminale) un intera popolazione lo masacravano, e non erano i serbi ma i soldati di arkan, queli non erano soldati queli erano animali e grazie a UQK non ci lasciava ad enrare in un tunel dove stavamo piu di 2mila persone e tuti erano done e bamibini

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