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USA e Kurdistan: La stagione dell'amore viene e va

Ankara chiede a papà Washington di poter usare i droni americani al confine tra Turchia e Nord dell’Iraq. Con un giro di parole, la richiesta viene gentilmente lasciata cadere nel vuoto.

Si sa, per un padre è sempre difficile scegliere tra i suoi figli e dare ragione all’uno piuttosto che all’altro. Ma in fondo, le preferenze ci sono e si sentono. Nel caso della popolazione curda, una sottile intesa permette da vent’anni a questa parte l’esistenza di una relazione privilegiata con gli Stati Uniti nello scacchiere mediorientale. Gli Stati Uniti non sostengono deliberatamente la lotta dei curdi per l’indipendenza, ma utilizzano il proprio peso quando necessario (e conveniente) perché sul piatto della bilancia non ci siano solo le ostilità di Iran, Iraq, Siria e Turchia nei confronti della popolazione senza Stato.

Attendendo le nozze d’argento. Breve storia di una relazione

Il 1969 è l’anno dei primi contatti diretti tra i due attori: un Nixon fresco di elezione amplia la “strategia del contenimento” e arruola tra le sue fila Iran, Arabia Saudita e il popolo curdo per esercitare così un controllo indiretto in Medio Oriente. In quella precisa circostanza, il contenimento dell’influenza sovietica sull’Iraq è di vitale importanza. Per il resto, il rapporto è piuttosto distratto da una guerra fredda in corso. Fino alla fine degli anni ’90 in politica internazionale le uniche relazioni che contano sono quelle tra Stati: non c’è posto per la retorica dei diritti umani, il diritto all’autodeterminazione e gli altri pezzi del repertorio statunitense che abbiamo bene in mente. I sentimentalismi avrebbero dovuto attendere fino alla caduta dell’URSS e con essa l’affermazione dell’egemonia americana. Prima la carriera, dunque.

Raggiunto l’obiettivo, gli equilibri mondiali a quel punto sono nettamente mutati e la regione si trova ad aver a che fare anche con un potente Iran a regime teocratico. Gli USA aggiornano celermente la lista degli amici e, soprattutto, quella dei nemici.  Il 1988 è l’anno della pagina più buia nella storia dei curdi, quando un Saddam Hussein contrariato per il presunto appoggio dato all’Iran, lancia la cosiddetta “campagna di Anfal”, in cui perdono la vita ben 180mila persone. Nel 1991 si scatenano proteste in tutto l’Iraq, e nelle menti è fresco il ricordo del terrore vissuto tre anni prima: questo spinge le popolazioni verso il nord del paese creando un esodo di massa ai confini con Turchia e Iran. In questo momento gli Stati Uniti decidono di prendere una netta posizione contro l’Iraq in difesa dei curdi. Siamo negli anni delle operazioni umanitarie e da molte parti (in particolare i curdi e l’opinione pubblica) ci si attende che gli aerei a stelle e strisce forniscano un “rifugio sicuro” alle popolazioni vittime di violenza. Con le operazioni Provide Confort I e II, gli statunitensi compiono la propria missione: forniscono aiuti umanitari ai curdi e impongono una no-fly zone sopra il 36° parallelo.

Affinità elettive: il Kurdistan Iracheno e gli Stati Uniti d’America

Le vicende successive alternano il sostegno al timore di scardinare equilibri politici. Se le prime elezioni curde nel nord dell’Iraq del 19 maggio 1992 vedono Washington sospendere il proprio giudizio per scongiurare un effetto domino e sette anni più tardi la controversa cattura del leader del Partito curdo dei lavoratori avviene con la complicità degli USA, i piani americani per il Kurdistan Iracheno sono ben diversi. Per l’Iraq prevedevano la creazione di due zone libere: una curda a nord e una sciita a sud, per lasciare a Hussein la sola parte centrale del paese, così da provocarne la caduta. È nell’Iraq settentrionale, dunque, che gli interessi della potenza mondiale e di un popolo spesso dimenticato collimano fino al punto di poter parlare di alleanza.

Nel nord dell’Iraq, se c’è un sentimento di riconoscenza verso qualcuno, questo va agli Stati Uniti. Il modello a cui guarda l’aspirante Stato del Kurdistan è l’occidente, in particolare l’America, con i suoi slogan sulla libertà e l’autodeterminazione. Il sentimento filo americano è comprensibile: rispetto ai curdi negli altri tre paesi, i curdi iracheni hanno ottenuto una semi-indipendenza, e il sostegno americano, volente o nolente, è tangibile. Diversa è la situazione per le zone curde della Siria, della Turchia e dell’Iran. Ognuna è una storia a parte ed è funzionale alle relazioni diplomatiche che gli Usa intendono perseguire con lo Stato in questione.

Chi fa da sé fa per tre

I curdi aspirano tutti alla stessa cosa, cioè alla creazione di un grande Kurdistan, ma la frammentarietà interna è alta e non si contano le sigle dei partiti e le diverse strategie di attacco. Il modo per raggiungere l’obiettivo, difficile perché osteggiato da più parti, passa per un’unificazione della strategia, una definizione delle eventuali alleanze e, ancora meglio, un’autonomia decisionale. Con gli Stati Uniti come unico alleato, ogni passo è da valutare per le conseguenze che avrà la potenza americana nell’area. Se poi guardiamo al fatto che il PKK è nella lista dei gruppi terroristici stilata dallo Zio Sam, ci accorgiamo di come la relazione tra i due non si possa certo definire di cieca fedeltà. Se nei rapporti con l’Iraq il nemico è comune, ad esempio, la relazione con la Turchia è controversa perché Ankara è alleata di Washington.

Gli Stati Uniti procedono senza brusche frenate o accelerazioni, così lo strano intreccio può continuare. Ma la popolazione curda dovrebbe tenere a mente che gli Stati Uniti difficilmente agiscono per spirito filantropico e che probabilmente un giorno o l’altro il più potente farà come quegli amici che fingono di non averti mai conosciuto. Sarebbe auspicabile che, per quel giorno, la popolazione curda abbia raggiunto una strategia autonoma e unitaria di azione.

Chi è Silvia Padrini

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