TAGIKISTAN: Russia ed Usa tra basi in affitto e doveri da compiere

# PARTE TERZA: Tagikistan

La fine della missione ISAF in Afghanistan, con il ritiro delle forze NATO, degli americani ed altri, è prevista per il 2014, salvo complicazioni e imponderabili legati alla nuova presidenza americana, nonchè all’evolversi della situazione geostrategica generale. Anche dopo il ritiro dall’Afghanistan, è ovvio, gli americani non abbandoneranno la regione e cercheranno di installarvisi in modo da controllare, ed eventualmente contenere, la presenza militare russa.

Dal ritiro degli americani dall’Afghanistan alcuni paesi dell’Asia Centrale, in primo luogo Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan si ripromettono concreti vantaggi ed anche una crescita del loro potere negoziale nei confronti della Russia in vista di un nuovo negoziato sulle basi. Un aspetto sono anche le ricadute economiche del ritiro, in particolare nei riguardi non solo della Russia, ma anche degli USA. Abbiamo già cercato di spiegare la posizione del Turkmenistan. Ma ancora più interessante può rivelarsi la variante del Tagikistan, dove le posizioni della Russia fino a poco tempo fa sembravano inattaccabili. Dopo che dalla frontiera afghana sono state ritirate le truppe russe è apparso chiaro che ormai in agenda vi erano le sorti della “Base 201” del ministero della difesa russo, conosciuta in passato anche come “divisione motorizzata (motostrelkovaja) 201.

Mentre nel settembre 2011 i presidenti Dmitrij Medvedev ed Emomali Rakhmon sembravano aver concordato che la base rimarrà a Dušanbe ancora per 49 anni, si è successivamente appreso che i tagiki non sono soddisfatti di questa scadenza ed insistono per un periodo decennale di ulteriore permanenza della base sul loro territorio. I tagiki non sono soddisfatti neppure dall’entità dell’affitto. Secondo dati recenti, Dušanbe conta di ricevere per la “base 201” 250 milioni di dollari all’anno. Che la Russia sia d’accordo su questa somma pare assai difficile, se si tiene conto che perfino per l’affitto della base più grande e tecnologicamente attrezzata a Sebastopoli l’Ucraina riceve “solo” 89 milioni (dal 2017, 100 milioni). Eppure, come il Kirghizistan, è più che possibile che il Tagikistan cercherà di “mercanteggiare” fra Russia e USA per concedere all’una o agli altri un punto d’appoggio sul suo territorio. Un altro aspetto del problema è che a “Manas” gli americani sono già di casa, mentre se si trasferissero in terra tagika dovrebbero ricominciare tutto da zero, superando anche l’ostilità di una popolazione nel complesso filo-russa.

Non bisogna dimenticare che la base-201 non è solo un punto d’appoggio con l’aiuto del quale la Russia controlla la sua sfera di influenza nella regione. I battaglioni russi sono dislocati lungo le principali vie di comunicazione che partono dall’Afghanistan e questo garantisce in notevole misura la stabilità sulla frontiera. Ed è difficile credere che, dopo aver lasciato l’Afghanistan, gli americani avranno voglia di assumersi queste funzioni. Ma d’altra parte, la frontiera comune del Tagikistan con l’Afghanistan (che il Kirghizistan non ha) rappresenterebbe per gli americani un punto di vantaggio sul piano tattico.

Per Dušanbe la variante più favorevole sarebbe che nella repubblica rimanesse la base-201, mentre in uno degli aeroporti militari si installasse un “centro di transito” americano. Non vi è in questo nulla di fantastico: basti pensare che nel Kirghizistan i russi e gli americani già coesistono in condizioni di buon vicinato. Secondo conoscitori tagiki della situazione, il Pentagono potrebbe utilizzare, in particolare, l’aeroporto di Kuljab, il più vicino alla frontiera afghana. Tutta la questione però sta nel modo come la comparsa degli americani in Tagikistan verrebbe presa da Mosca, dove ormai è diventato tradizione accogliere in maniera esageratamente sensibile ogni movimento di Washington. Tanto più che il Tagikistan, come membro dell’ODKB (CSTO) dovrebbe concordare la presenza degli americani con gli altri membri dell’organizzazione.

Parte prima: Con gli Usa o con la Russia? Questione di soldi

Parte seconda: Kirghizistan, La base di Manas tra russi e americani. Un punto della situazione

Chi è Giovanni Bensi

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Nato a Piacenza nel 1938, giornalista, ha studiato lingua e letteratura russa all'Università "Ca' Foscari" di Venezia e all'Università "Lomonosov" di Mosca. Dal 1964 è redattore del quotidiano "L'Italia" e collaboratore di diverse pubblicazioni. Dal 1972 è redattore e poi commentatore capo della redazione in lingua russa della radio americana "Radio Free Europe/Radio Liberty" prima a Monaco di Baviera e poi a Praga. Dal 1991 è corrispondente per la Russia e la CSI del quotidiano "Avvenire" di Milano. Collabora con il quotidiano russo "Nezavisimaja gazeta”. Autore di: "Le religioni dell’Azerbaigian”, "Allah contro Gorbaciov”, "L’Afghanistan in lotta”, "La Cecenia e la polveriera del Caucaso”. E' un esperto di questioni religiose, soprattutto dell'Islam nei territori dell'ex URSS.

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