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UZBEKISTAN: A Tashkent presto una base statunitense?

È da tempo ormai che la Russia di Putin/Medvedev guarda con sospetto all’Uzbekistan e ai suoi movimenti ritenuti “poco chiari”. L’Uzbekistan è sempre stato “un gatto che se ne va in giro per conto suo” (koška, kotoraja guljaet sama po sebe) ha scritto sul Moskovskij komsomolec Konstantin Zatulin, direttore dell’”Istituto dei paesi della CSI”.
E questo “gatto”, secondo le sue parole, fa continuamente la spola fra la Russia e gli Usa. E tutto questo è reso ancora più “piccante” da “attacchi di gelosia acuta verso il Kazakistan”: “Essendo uno dei paesi più popolosi, ma privato di un’uscita verso il mare e di risorse significanti, l’Uzbekistan semplicemente è destinato ad una linea politica incostante e cangiante”. Avendo perduto a suo tempo i finanziamenti federali sovietici, l’Uzbekistan era sul punto di iniziare un “appassionato romanzo d’amore” con gli Usa, ma, dopo i drammatici fatti di Andižan del 2005 (un’insurrezione che provocò quasi 200 vittime) l’avvicinamento con l’Occidente venne messo in dubbio.

“Ci si accorse che ciò non era privo di pericoli per il regime autoritario uzbeko”, afferma Zatulin. “Allora appunto incominciò il flirt con la Russia di Putin. L’Uzbekistan entrò nella SCO (“Shanghai Cooperation Organization”), nell’EvrAzES (“Cooperazione economica Euro-Asiatica”), nella CSTO (nota in Russia come ODKB)”. Non a caso Tashkent contemporaneamente uscì dal GUUAM (dalle iniziali dei paesi membri: Georgia, Ucraina, Uzbekistan, Azerbaigian, Moldova) un patto di integrazione sostenuto dagli Usa nello spazio post-sovietico.
Tuttavia negli ultimi tempi le posizioni degli Usa e dell’Uzbekistan hanno incominciato a riavvicinarsi in maniera evidente. Nell’autunno del 2011 l’”Asseigment Committee” del Senato americano ha approvato una legge che ha permesso agli Usa di mettere a disposizione dell’Uzbekistan fondi per l’acquisto di attrezzature militari, una decisione impraticabile un precedenza appunto per i fatti di Andižan. Contemporaneamente a Washington si svolse un business-forum uzbeko-americano, per partecipare al quale giunse nella capitale americana una nutrita delegazione di operatori economici uzbeki, capeggiata dal ministro degli esteri Eler Ganiyev.

Durante un incontro con loro, il segretario di Stato Hillary Clinton dichiarò che l’Uzbekistan “mostra segni di miglioramento delle situazione per quanto riguarda i diritti umani e l’ampliamento delle libertà politiche”. E ora l’Uzbekistan conta di incassare gli interessi dall’uscita delle truppe NATO dall’Afghanistan. Il noto islamologo russo Aleksej Malašenko, della sezione moscovita della Fondazione Carnegie, non ha escluso, in un’intervista a Vedomosti, che in Uzbekistan verrà aperta una base militare americana.

Attualmente il Pentagono sta svolgendo trattative con Kirghizistan, Tagikistan e, appunto, Uzbekistan aventi per oggetto la possibilità che, dopo l’uscita nel 2014 delle truppe NATO dall’Afghanistan, il materiale tecnico-militare americano venga ceduto a questi paesi. Dopo che si è saputo che gli Usa sono pronti a lasciare in Asia Centrale parte dei loro armamenti, a Vladimir Putin, che ha visitato Tashkent in giugno, non rimane più niente da offrire a Islam Karimov. L’uscita dell’Uzbekistan dalla CSTO è un colpo per il progetto “eurasiatico” di Putin. Praticamente in Asia Centrale il solo fedele alleato rimasto alla Russia è il Kazachstan.

Lo specialista russo di Asia Centrale Vadim Kozjulin del “PIR-Centr” (“Centro per le ricerche politiche della Russia”) afferma sul Kommersant di ritenere che “l’Uzbekistan, in seguito ad accordi con gli USA, evidentemente, conti che sul suo territorio sarà di nuovo aperta una base militare. Nell’ambito della CSTO questa questione avrebbe dovuto essere concordata con gli alleati. Ora invece Tashkent può aprire la base senza chiedere il permesso a nessuno”. Gli Usa, probabilmente, includeranno l’Uzbekistan nell’elenco degli “alleati strategici, gli presteranno aiuto economico e militare, gli offrirano diverse garanzie di sicurezza e chiuderanno gli occhi sulle violazioni dei diritti dell’uomo. Cioè faranno dell’Uzbekistan la loro base e il loro alleato principale nella regione e nello stesso tempo si faranno garanti della solidità dell’attuale regime di Islam Karimov. Se, naturalmente, gli eventi non imboccheranno un’altra strada.

Chi è Giovanni Bensi

Nato a Piacenza nel 1938, giornalista, ha studiato lingua e letteratura russa all'Università "Ca' Foscari" di Venezia e all'Università "Lomonosov" di Mosca. Dal 1964 è redattore del quotidiano "L'Italia" e collaboratore di diverse pubblicazioni. Dal 1972 è redattore e poi commentatore capo della redazione in lingua russa della radio americana "Radio Free Europe/Radio Liberty" prima a Monaco di Baviera e poi a Praga. Dal 1991 è corrispondente per la Russia e la CSI del quotidiano "Avvenire" di Milano. Collabora con il quotidiano russo "Nezavisimaja gazeta”. Autore di: "Le religioni dell’Azerbaigian”, "Allah contro Gorbaciov”, "L’Afghanistan in lotta”, "La Cecenia e la polveriera del Caucaso”. E' un esperto di questioni religiose, soprattutto dell'Islam nei territori dell'ex URSS.

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