UZBEKISTAN: Tashkent esce dall'alleanza anti-atlantica. Le ragioni di un'insofferenza

Nella nota inviata dal ministero degli Esteri uzbeko alla segreteria dell’Organizzazione del Trattato sulla Sicurezza Collettiva (russo ODKB, uso internazionale in inglese CSTO) sono spiegate in modo non convincente le ragioni dell’uscita dell’Uzbekistan dal trattato. Ricordiamo che il CSTO è l’organizzazione militare (da alcuni considerata un “anti-NATO”) costituita dalla Russia con alcune altre repubbliche ex sovietiche.
La spiegazione più accreditata è che alla base di questa decisione vi sia il desiderio di Tashkent di rinnovare quella “corrispondenza d’amorosi sensi con gli Stati Uniti” (come l’ha definita un diplomatico russo) che gli uzbeki alcuni anni fa hanno sostituito con un “flirt con la Russia”, e di ricevere un appoggio militare americano. Un’altra possibile causa, ne abbiamo già parlato, ma è meno convincente, possono essere le divergenze con gli stati vicini.

“Non ci soddisfano i piani strategici della CSTO sulla linea afghana: in Uzbekistan si dà la priorità alla collaborazione bilaterale con questo paese. Inoltre Tashkent non è soddisfatto dai piani per un rafforzamento della cooperazione militare dei paesi della CSTO. Ci sono ancora altre cause. Le abbiamo elencate tutte nella nota”, ha spiegato al Kommersant una fonte nel ministero degli esteri uzbeko.
Il fatto che l’Uzbekistan si sia “autosospeso” dalla partecipazione alla CSTO presenta più elementi negativi che positivi, ma l’organizzazione anche senza l’Uzbekistan continuerà ad esistere e a rafforzare la sua componente militare. È il succo di quanto ha dichiarato ai giornalisti il capo di Stato maggiore delle forze armate russe, gen. Nikolaj Makarov. “Noi proseguiremo come prima, accanto ai nostri alleati e partner, a intraprendere tutti i passi necessari per rafforzare la componente militare della CSTO e per garantire la sicurezza sull’area da essa coperta”, ha ancora dichiarato Makarov.

“Posso dire una cosa: poca brigata vita beata, come era ai tempi di Suvorov, bisogna vincere non col numero, ma con l’intelligenza”, ha osservato un altro dirigente del ministero della difesa che non vuole rivelare il suo nome. “Adesso ai paesi della CSTO rimane solo una cosa: ricompattare le proprie file e intensificare la cooperazione su tutta la linea”. Negli ambienti militari si minimizza l’importanza dell’iniziativa dell’Uzbekistan e si sottolinea che con l’uscita di questo paese il funzionamento della CSTO sarà semplificato. Effettivamente dal 2006, quando Tashkent rientrò nei ranghi dopo esserne uscito nel 1999, l’interazione di questo paese con gli altri membri dell’organizzazione è stata poco efficace. Negli ultimi anni l’Uzbekistan sempre più spesso si rifiutava di partecipare a iniziative della CSTO, e non si limitava a quelle militari. Nel 2008 l’Uzbekistan uscì anche da un’altra organizzazione “post-sovietica” l’EvrAzEs (Cooperazione Economica Euro-Asiatica).

“La posizione dell’Uzbekistan verso la CSTO nel corso di alcuni anni ha provocato preoccupazioni alla dirigenza militare russa”, ha osservato il capo di stato maggiore della Russia. “L’Uzbekistan o addirittura non prendeva parte agli incontri dei capi di Stato e dei ministri della Difesa dei paesi della CSTO, o prendeva parte, ma non firmava nessun documento. In tal modo, Tashkent già da tempo de facto ha cessato di partecipare all’attività della CSTO, ed ora lo ha confermato anche de jure”, ha rilevato il gen. Makarov. Perciò, ha continuato l’alto ufficiale russo, “la decisione annunciata da Tashkent non è stata per noi una sorpresa e, in generale, l’avevamo prevista”.
“Tutto andava in questa direzione: Tashkent era nota per non essere mai d’accordo con alcuna decisione della CSTO, ed esigeva costantemente l’adozione di emendamenti, precisazioni, uno status particolare per l’Uzbekistan”, ha dichiarato a sua volta all’Interfax una fonte nel governo del Tagikistan. “All’Uzbekistan non è mai piaciuta la decisione di creare le “Forze collettive di reazione operativa” (KSOR), soprattutto il fatto che i paesi membri possono introdurre queste “Forze” in uno degli stati membri senza il consenso di tutti gli altri, come è fissato nella mozione sullo KSOR”.
E infatti, uno dei timori dell’Uzbekistan, ma anche di altri paesi della regione, è che formazioni militari ad egemonia russa, specialmente se hanno nomi così espliciti (“reazione operativa”, operativnoe reagirovanie) possano servire per interventi “disciplinatori” in questo o quel paese, sul modello “Ungheria 1956” e “Cecoslovacchia 1968”. Vedremo in un successivo articolo come questa insofferenza verso l’egemonia russa nella CSTO abbia portato ad un riavvicinamento dell’Uzbekistan agli USA.

Chi è Giovanni Bensi

Giovanni Bensi
Nato a Piacenza nel 1938, giornalista, ha studiato lingua e letteratura russa all'Università "Ca' Foscari" di Venezia e all'Università "Lomonosov" di Mosca. Dal 1964 è redattore del quotidiano "L'Italia" e collaboratore di diverse pubblicazioni. Dal 1972 è redattore e poi commentatore capo della redazione in lingua russa della radio americana "Radio Free Europe/Radio Liberty" prima a Monaco di Baviera e poi a Praga. Dal 1991 è corrispondente per la Russia e la CSI del quotidiano "Avvenire" di Milano. Collabora con il quotidiano russo "Nezavisimaja gazeta”. Autore di: "Le religioni dell’Azerbaigian”, "Allah contro Gorbaciov”, "L’Afghanistan in lotta”, "La Cecenia e la polveriera del Caucaso”. E' un esperto di questioni religiose, soprattutto dell'Islam nei territori dell'ex URSS.

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