GRECIA: Bambini malnutriti e ospedali senza farmaci. Così il paese va al voto

Che cos’è la crisi greca? Da questa sponda dello Ionio non è sempre facile capire. E nell’epoca dell’informazione diffusa ci troviamo ancora una volta di fronte a una carenza di elementi. La cronaca politica, inoltre, rischia di assordare la quotidiana fatica del popolo greco. Proviamo a mettere insieme alcuni dati cercando di vedere un po’ più in profondità, senza dimenticare che domenica 17 giugno si vota per il rinnovo del Parlamento dopo che le elezioni di poco più di un mese fa non sono riuscite a indicare una maggioranza di governo.

Si vota in un Paese nel quale il ministero della Pubblica istruzione ha riconosciuto casi di bambini malnutriti e ha provveduto alla distribuzione di «piccoli pasti» a diciotto istituti che hanno sede nei quartieri più disagiati di Atene.  Lo scrive Argiris Panagopoulos, corrispondente per il Manifesto. Il fatto è che nemmeno il ministero ha soldi. E accettare la presenza di bambini malnutriti non è stato facile: il ministro all’Istruzione, Anna Diamantopoulou, ha ripetutamente negato la realtà ma poi ha dovuto cedere sotto le pressioni dei presidi e degli insegnanti, delle associazioni e dei media.

Seppur tardivamente, anche il ministero della Sanità si è mosso cercando di portare sostegno alle famiglie onde prevenire la malnutrizione dei più piccoli. Sono 439mila, secondo i dati Unicef, i bambini greci che soffrono la fame. Ma cosa può fare un Paese dove mancano i farmaci? Già, i farmaci. Scrive Margherita Dean, corrispondente da Atene per E-il mensile di Emergency: “La situazione di ospedali e malati in Grecia è disperata, per via della penuria, o mancanza, di farmaci e materiale medico. I fornitori, cui lo Stato greco deve 150 milioni, hanno deciso di interrompere l’approvvigionamento a credito degli ospedali – per sei dei quali, i più grandi del Paese, hanno deciso di imporre un vero e proprio embargo – e, dal 5 giugno, le strutture pubbliche che vorranno materiale medico e medicinali dovranno saldare al momento della consegna”.

Mancano i farmaci anche per i malati terminali, gravi, oncologici. Scrive ancora la Dean: ” i farmaci più costosi, quelli oncologici, erano pressoché introvabili per mesi, cosa che ha lungamente costretto i malati a cercarli in tutti gli ospedali, le cui farmacie sono, per legge, le uniche a poterli distribuire. Per cifre astronomiche, la cura doveva essere ordinata e pagata di tasca propria, mentre scarseggiano anche i vaccini per bambini”.

L’allarme sanitario è serio. Molte persone vivono per strada nei quartieri più poveri di Atene. L’Istituto di statistica ellenico (Elstat) ha reso noto che il tasso di disoccupazione ha toccato un altro massimo storico salendo al 22,6% e mancano 260 milioni di euro per pagare i sussidi di disoccupazione. L’Istituto di previdenza sociale dichiara che a rischio ci sono anche le pensioni di anzianità, a dirlo è Antonis Roupakiotis, ministro ad interim del Lavoro e della Previdenza Sociale.

Quel che più sgomenta, a vederla da qui, è l’impotenza. Non può nulla lo Stato, non può nulla la gente, non può nulla la politica. E nemmeno l’Europa sembra più potere nulla. Domenica si vota. E che accadrà? Chiunque uscirà vincitore dalle urne si troverà di fronte a un compito delicatissimo: lo Stato greco è allo sfascio all’interno e ricattabile all’esterno. I sondaggi (vietati in Grecia sotto elezioni, si tratta quindi di dati ufficiosi) danno in testa la sinistra del partito Syriza, guidato dal giovane Alexis Tsipras che ha recentemente dichiarato che una sua vittoria: “significherà la fine del Memorandum” con cui i creditori internazionali hanno concesso gli aiuti alla Grecia ma il suo leader, Alexis Tsipras, è pronto a rinegoziare un nuovo accordo con Ue e Fmi. Ormai i partiti greci si dividono in pro e contro Memorandum.

Syriza e Nea Demokratia, il futuro e il passato, contrari e favorevoli al Memorandum, coraggio e paura di cambiare. Sembra essere questa la sfida cui è chiamata la Grecia. Il 25 giugno scorso Christine Lagarde, presidente del Fmi, ha dichiarato di “non provare compassione per i greci” che, nella situazione in cui sono, ci sono finiti da soli. E se una parte grande delle responsabilità del crack è da imputare ai greci (perché esiste, infine, una responsabilità collettiva; perché qualcuno quei politici li ha pur votati; perché a evadere le tasse sarà pur stato qualcuno) non è possibile oggi chiudere gli occhi in nome di un sant’arrangiati egoista e pavido.

Sì, i greci hanno delle colpe, ma l’espiazione non serve: la catarsi del dolore attraverso cui l’Europa vuole mondarsi è un cieco modo di affrontare la Storia. E reiterarla. Possiamo salvarci, lo possono i greci, senza il sacrificio? Sì, se si trova un’alternativa all’attuale modus pensandi della nostra civiltà, diviso tra la sete del martirio e quella del denaro. Un’alternativa, politica ed economica, al liberismo. Un’alternativa sociale che qui possiamo solo vocare, anche noi troppo stupidi e impotenti. Ma pretendere qualcosa di diverso, poterlo pensare, chiedere un dibattito pubblico tra politici, intellettuali, cittadini, che abbia come oggetto il nostro futuro, forse è già un’alternativa. Forse.

Chi è Matteo Zola

Matteo Zola
Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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5 commenti

  1. E’ assurdo; in Europa, nel 2012! Solo che la Grecia non è sull’altra sponda dell’Adriatico. O dall’altra sponda dell’Adriatico sarebbe più facile capire? Sarò io quella che non capisce..

  2. Articolo molto interessante, grazie. Il martellamento mediatico sulle questioni astratte dell’economia è inutile se non si conoscono le conseguenze reali, vive della situazione economica. Tuttavia, per quanto io sia d’accordo sulla responsabilità collettiva, temo che le persone che hanno evaso le tasse per miliardi non siano le stesse che oggi non riescono a dare sostentamento e cure ai propri figli. Purtroppo.

    • danimatt

      L’evasione delle tasse è, dal mio punto di vista, solo un aspetto della responsabilità collettiva. Questa è una mia opinione, e so che a molti non piacerà, ma credo che un popolo sia responsabile di quanto gli accade. Lo sia del tutto e pienamente. Nel caso greco: chi ha votato quei partiti? i greci. Chi ha dato loro legittimazione politica? i greci. Chi ha goduto del benessere truccato dai conti pubblici? i greci. Chi non ha vigilato su quanto facevano i governi? E chi ha mancato di proporre alternative a quei partiti, a quel tipo di potere corrotto? Sempre i greci.
      L’hanno scelto. Non sono stati costretti. L’ignoranza, il disinteresse, il qualunquismo sono colpe che si pagano. Purtroppo si pagano.
      Così come gli italiani sono responsabili di Piazza Fontana, dell’omicidio Borsellino, dello scadimento politico del berlusconismo. Non sono sttai obbligati a credere, obbedire e combattere. L’hanno scelto. Questo, per me, è responsabilità collettiva. So che il discorso non è così semplice e da qui potremmo partire con un mare di distinguo. Ma in sostanza, questo credo.
      Credo anche, però, che un popolo colpevole di essersi fatto male da solo (senza averne fatto agli altri) non meriti la “punizione” che invece, sempre secondo me, le cancellerie europee stanno infliggendo alla Grecia. Quella punizione si chiama riduzione degli spazi democratici: i soldi per i Greci servono a rimborsare le banche tedesche; le armi tedesche vanno comprate dai greci per avere in cambio i soldi; il cancelliere tedesco dice chi si deve votare per avere in cambio “gli aiuti”. Questa è riduzione degli spazi democratici. Ma, e mi riallaccio a prima, i greci hanno scelto di obbedire a Merkelopoulos. Hanno scelto, potevano non farlo. Anche questa è responsabilità collettiva, anche se la scelta con la pistola puntata alla tempia non è da dirsi libera…

      Matteo

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