REP. CECA: Václav Klaus, la nemesi di Havel (e del buon senso)

Succede che il duemiladodici sarà per Václav Klaus l’ultimo anno da capo di stato in Repubblica Ceca. Lascito dell’individuo un impegno politico di durata trentennale all’interno del quale è possibile scovare centinaia di spunti per una riflessione (beninteso: sia mai che qualcuno intenda riflettere su Klaus al di fuori dei confini nazionali). La recente scomparsa di Havel può senza dubbio fornire un funzionale punto di partenza. Profondissime infatti le differenze tra i due presidenti della repubblica -gli unici nella storia del paese- ma senza dubbio entrambe figure imprescindibili per capirne le dinamiche.

Emersi dal periodo che precedette la caduta del regime, e di esso artefici indiscutibili, Havel e Klaus scelsero di aderire a parrocchie differenti una volta ristabilita la democrazia nell’area, e per le rispettive si spesero molto. Se arcinote risultano essere le battaglie di Havel, forse più oscure sono quelle di Klaus. Il costante invito a tenere le antenne ben drizzate contro una Europa della quale fidarsi ma fino un certo punto e cui aderire ma fino un certo punto, l’estenuante battaglia con il Trattato di Lisbona più l’impegno nella divulgazione a tema ambientale/ecologico con costante negazione dell’esistenza del surriscaldamento globale o qualsiasi relazione tra l’aumento della temperatura e le emissioni di CO2 (cito un brano al riguardo ma sarebbe possibile copia-incollarne altre migliaia dai suoi libretti: «il clima del pianeta rimane sostanzialmente immutato ma gli allarmisti sono riusciti a convincere i politici e molte persone comuni che il giorno del Giudizio si sta approssimando e, sulla base di questo falso assunto, hanno cercato di porre un freno alla nostra libertà e di limitare la nostra prosperità». Proverbiale l’ossessione del nostro per gli ecologisti, vissuti alla stregua di demoni persecutori o snervanti piazzisti.)

Il tutto in contesti dei più vari: fasi d’ombra come anche momenti nei quali sulla Repubblica Ceca vennero a puntarsi i fari dell’intero continente per il semestre di presidenza (inciso: il 2009. Periodo nel quale l’allora premier Mirek Topolánek vide bene di cadere. Seguì l’ascesa del tecnico Jan Fisher poi, dopo le politiche del 2010, l’arrivo di Petr Nečas: a conti fatti sono sei i primi ministri nominati da Klaus).

E adesso la fase finale dello scivolo: voto presidenziale fissato per il gennaio del 2013 sebbene probabilmente non già con la formula per la quale Klaus sta maggiormente spendendosi in questo periodo, ovverosia l’elezione diretta (al momento in Repubblica Ceca il capo dello stato viene scelto dal parlamento*). Due giri di giostra e non uno di più: Klaus non potrà ricandidarsi ed ecco che l’attenzione si sposta sui vari papabili. Piuttosto determinato il ministro degli esteri Karel Schwarzenberg, leader del partito TOP 09 attualmente al governo (centrodestra, assieme alla ODS di Klaus e Nečas più il Věci veřejné) mentre i socialdemocratici del ČSSD ancora traballano tra Pavel Rychetský e l’ex primo ministro Vladimír Špidla.

Tuttavia si sollevino gli irriducibili ultras del presidente: pare ancora lontano il giorno della sua uscita di scena dall’agone politico. Alcune voci addirittura riporterebbero l’idea di formare un nuovo partito, naturalmente di centrodestra e fieramente eurosospettoso. Nessuna conferma sebbene posizioni costantemente più conservatrici, unite alla connaturata vis polemica, inducono a pensare che in una forma o un’altra Václav Klaus continuerà a piazzarsi al centro di parecchie discussioni in zona. Finiti i tempi degli scontri con Havel, saranno forse meno sentite ma ugualmente sceniche.

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Gabriele Merlini

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